Epicuro, il Giardino e il paesaggio di Ermanno Casasco

Epicuro, il Giardino e il paesaggio di Ermanno Casasco

Epicuro usa il Giardino per riportare l’uomo dentro la natura; Casasco usa il giardino per riportare il tempo dentro il progetto.

La scuola ateniese di Epicuro, fondata nel 306 a.C., era chiamata Kêpos, cioè “Il Giardino”. Si trovava fuori dalle mura della città, presso la sua casa.

È importante precisare che non abbiamo una fonte antica che dica che Epicuro insegnasse nel Giardino specificamente per riflettere sul succedersi delle stagioni o sul passare del tempo. Questo collegamento è quindi un’interpretazione, ma permette di leggere in modo particolarmente fertile il significato del Giardino epicureo.

Il Giardino come luogo del tempo

Epicuro sceglie di portare la filosofia fuori dalla città, in un luogo vegetale, nel quale la realtà non è immobile.

Un giardino costringe a confrontarsi con una dimensione che la città tende a nascondere: il tempo naturale.

Un albero cresce, perde le foglie, rifiorisce. Una pianta nasce, raggiunge la maturità, deperisce. La luce cambia durante il giorno, le ombre si spostano, l’acqua evapora, il terreno si trasforma.

Il giardino, quindi, non è semplicemente uno spazio verde: è un dispositivo che rende il tempo percepibile. Ed è qui che il collegamento con Ermanno Casasco diventa interessante.

Casasco insiste sul fatto che il giardino non è un’opera conclusa nel momento in cui viene realizzata. Nei suoi scritti racconta di giardini progettati dieci, quindici o vent’anni prima e osservati successivamente nella loro maturità. Il progetto iniziale viene continuamente trasformato dalla crescita delle piante, dal clima e dall’azione della natura.

La connessione filosofica può allora essere formulata così:Epicuro usa il Giardino per riportare l’uomo dentro la natura; Casasco usa il giardino per riportare il tempo dentro il progetto.

Dalla filosofia al paesaggio

In questa prospettiva, il giardino diventa quasi una macchina del tempo naturale.

L’architetto può progettare una forma, ma non può determinare completamente ciò che quella forma diventerà tra dieci o vent’anni. Può prevedere la crescita di un albero, ma non ogni sua trasformazione. Può scegliere una specie per il colore autunnale, la fioritura primaverile o la struttura invernale, ma deve accettare che il giardino attraversi tutte queste condizioni.

È significativo che Casasco critichi il desiderio contemporaneo di un giardino sempre uguale, “sempreverde e fiorito tutto l’anno”. In questo modello il succedersi delle stagioni viene cancellato e, simbolicamente, si tenta di fermare il tempo.

Un giardino artificiale, perfettamente fiorito in ogni momento, diventa così una negazione della trasformazione: elimina l’inverno, il decadimento e l’attesa. È un paesaggio che vuole essere eternamente giovane.

Il giardino naturale, invece, accetta il tempo.

Qui emerge una consonanza con Epicuro. La filosofia epicurea invita a liberarsi dalla paura della morte e a riconoscere la natura per ciò che è: un processo di trasformazione, non un ordine costruito per soddisfare i desideri umani.

Luce, ombra e tempo

Un secondo elemento del lavoro di Casasco rafforza questo parallelo: la luce.

Quando progetta un giardino, Casasco osserva dove sorge il sole, la direzione della luce, il suo movimento e il suo colore. Il giardino deve essere percepibile non soltanto nelle diverse stagioni, ma anche nei piccoli mutamenti delle ore.

Si possono quindi distinguere almeno tre scale temporali:

* il giorno, attraverso il movimento del sole e delle ombre;

* l’anno, attraverso il succedersi delle stagioni;

* gli anni, attraverso la crescita e la trasformazione della vegetazione.

Il giardino di Casasco diventa così una sorta di orologio biologico, ma senza lancette.

Non misura il tempo: lo rende visibile.

Il progetto e il tempo

C’è un’altra idea centrale nel lavoro di Casasco: quando torna, dopo vent’anni, in un giardino che aveva progettato, non vede semplicemente se il progetto è stato “realizzato bene”. Vede che cosa il tempo ha fatto al suo progetto.

Questo rovescia il rapporto tradizionale tra progettista e opera.

L’architetto pensa normalmente:

io progetto → l’opera viene realizzata → l’opera rimane.

Il paesaggista dovrebbe invece pensare:

io progetto → la natura cresce → il giardino cambia → il progetto continua.

Il tempo non è quindi un elemento esterno che modifica o danneggia l’opera. È uno dei materiali con cui l’opera viene costruita.

Dopo vent’anni, il giardino può rivelare dimensioni e complessità che non erano presenti al momento della sua realizzazione, proprio grazie alla crescita naturale delle piante.

Una possibile tesi

Da Epicuro a Casasco, il giardino può essere letto come un luogo filosofico nel quale l’uomo impara nuovamente a percepire il tempo naturale.

Epicuro porta la filosofia nel Kêpos, fuori dal rumore della città. Casasco porta il progetto del paesaggio dentro i processi della natura.

In entrambi i casi c’è un allontanamento dall’idea di un mondo completamente dominato dall’uomo.

Il giardino diventa allora un luogo di educazione dello sguardo: insegna ad aspettare, osservare, riconoscere le trasformazioni e accettare che ciò che vive non possa essere separato dal tempo.

Forse è questa la cosa più interessante da dire a proposito di Casasco:

il suo paesaggio non cerca di fermare il tempo, ma di renderlo visibile.